scalve - Valle di Scalve

 

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La VALLE di SCALVE confina con la Valtellina, Valcamonica e Valseriana ed è adagiata sul territorio della Provincia di Bergamo, la Valle si estende per una larghezza di 19 Km tra una cerchia di montagne fra le cui cime spiccano il Massiccio della Presolana (m 2521 ), il Pizzo Tornello (m. 2687), il Cimon della Bagozza ( m 2409) ed il Pizzo Camino ( m 2492). I capoluoghi dei suoi quattro Comuni sono: Azzone, Colere, Schilpario e Vilminore

     
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Valle di Scalve

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Breve storia della Valle di Scalve, di Piero Bonicelli (Pukajirka 81- ed. Cedis)
"La Valle di Scalve occupa l'estremo angolo Nord-Est della Provincia di Bergamo e confina a mattina con Valcamonica, della provincia di Brescia, a monte con Valtellina della provincia di Sondrio, a sera colla Valle Seriana superiore e a mezzodì ancora colla Valle Camonica".
Colonizzata dapprima forse da alcuni abitanti della Valle Camonica, attirati dall'abbondanza dei pascoli e delle foreste che ricoprivano gran parte del territorio, fu via via straordinariamente toccata dagli eventi storici, conservando una sostanziale autonomia dovuta alle sue risorse minerarie e al difficile accesso ai suoi territori.
Dai romani denominata "Vallis Decia", dopo la buriana delle invasioni barbariche fu donata, per gran parte, da Carlo Magno nel 774 ai Canonici di S. Martino di Tours.
"Nel 1026 il Vescovo di Bergamo fece permuta con i suddetti Canonici, dai quali avendo ottenuto tutti i possedimenti che essi tenevano nel Bergamasco, cedette ad essi in compenso beni e possedimenti che aveva nel Pavese e in altre province (...) Fino da questi tempi, adunque, il Vescovo di Bergamo aveva una signoria più o meno estesa anche in Valle di Scalve, ed era questa Signoria feudale".
"Da quest'epoca la Valle di Scalve ha consoli propri (...) che quasi può dirsi che la Valle di fatto si fosse riscattata da qualsiasi supremazia feudale (...) Nel 1202 troviamo nominato Raimondo de' Capitanei de Scalve Podestà della Valle (...) Frattanto Giovanni Vescovo di Bergamo (...) vedendo che sfuggivangli di mano le redini del suo governo in Valle di Scalve, nel 1222, cedette il feudo di Scalve alla famiglia denominata de Capitanei di Scalve (...) Divenuti Signori di Valle i Capitanei di Scalve, gli Scalvini si ribellarono a mano armata e costrinsero i nuovi Signori ad uscir di valle".
Nel 1231 la Comunità di Scalve compra per 2.400 lire imperiali dai Capitani il feudo di Scalve e assicura sempre a titolo di riscatto il pagamento annuo alla Mensa Vescovile di Bergamo di 20 lire imperiali "quale affitto del feudo, più un'onoranza annua di 12 denari imperiali ai predetti Cedenti (...) La comunità aveva due Consigli, il Generale e quello di Credenza, oltre le riunioni che venivano in ogni occorrenza indette in ogni vicinanza ossia contrada (.. .) Le assemblee del popolo erano consultate sui gravi e importanti affari (...)
Nel 1372, presenti un Vicario dei Visconti di Milano e un delegato della Città di Bergamo, il Consiglio di Valle per mezzo dei suoi Commissari compilò un corpo di leggi a cui l'intera Comunità dovesse obbedire".
Oltre alla struttura comunitaria, gli abitanti della Valle di Scalve, si organizzano in "vicinìe" o contrade che possiedono beni in comune. Le famiglie originarie che diedero vita a questa struttura furono sempre gelosamente chiuse a ogni allargamento di tali benefici comuni e nacque così la dizione di "forestieri" per le famiglie che giunsero in Valle successivamente a questo stato di cose. "Forestiere" furono considerate per secoli le famiglie che non avevano avuto la fortuna di essere tra i nuclei originari e questo impediva ai soggetti così denominati di accedere alle cariche pubbliche e partecipare alla spartizione dei beni comuni. I poteri della Comunità e dei suoi apparati amministrativi giunsero anche all'amministrazione della giustizia come testimonia ancora oggi una tavoletta marmorea posta sulla facciata dell'antico edificio comunitario a Vilminore di Scalve con la scritta ammonitrice: "Siste viator/lege et disce/ funestissimo super lapide/bannitorum capita/reponuntur" che può essere così tradotta: "Fermati, viandante, leggi e impara: su questa pietra funestissima vengono poste le teste di coloro che violarono la legge". La citazione non ha lo scopo di sottolineare particolari motivi di orgoglio di avere avuto il potere di giustiziare delle persone, ma vuole soltanto mettere in rilievo il fatto che l'autonomia della Valle di Scalve era larghissima.
La Valle di Scalve pose alla base della propria economia e, conseguentemente, del proprio sviluppo demografico le miniere di ferro e lo sfruttamento dei boschi: la produzione del carbone vegetale permetteva di realizzare in Valle le principali fasi della lavorazione del minerale di ferro che, trasformato in lingotti, facilitava il trasporto fuori Valle, fatto a dorso di mulo. Nel 1428 in seguito alle continue vittorie della Serenissima Repubblica di Venezia sul Ducato di Milano, gli Scalvini chiedono la sua protezione e la ottengono. Anzi, viene loro concessa ulteriore autonomia, con l'esenzione da qualsiasi imposta diretta e indiretta e anche l'esenzione dal contribuire alla milizia di Venezia.
"Nel 1586 in Valle vi erano 13.000 anime (...) e 778 fuochi " (o famiglie), ma il Pedrini fa anche rilevare alcune contraddizioni in queste cifre e avanza l'ipotesi che siano state gonfiate ad arte per ottenere maggiori benefici da Venezia, in tempi di calamità naturali notevoli: "La Valle che spesso ricorreva a Venezia per impetrare dalla sovrana Munificenza, grazie, privilegi, esenzioni o soccorsi, specie nelle frequenti occasioni di carestie e pestilenze od altre calamità dovette esagerare il numero degli abitanti per far tanto più manifesti risultare i bisogni".
Pestilenze a ripetizione, emarginazione dei "forestieri" dal godimento dei beni pubblici e dalle cariche amministrative, tasse sul ferro e imposte d'ogni genere fecero esplodere le contraddizioni dell'originale sistema politico-amministrativo adottato dagli abitanti, un sistema che in un certo senso è stato definito "comunista", come "comunisti" erano appunto definiti gli appartenenti alle "vicinìe". Ed ecco la crisi: "Giacquero lungamente inerti le miniere, si spensero i forni fusori, si chiusero e diroccarono le fucine e si tentò di dilatare le praterie e i campi in danno gravissimo delle stupende foreste che vestivano tanto utilmente i fianchi delle nostre montagne (...) Il fasto insultante dei Signori faceva triste confronto colla medicità e provocava il malumore, la discordia e la ribellione dei poveri (...) Nel 1.858 era ancora scarsa la popolazione di Scalve: essa contava circa 4.000 anime. La carestia e la guerra in principio di questo secolo (XIX) furono micidiali all'incremento delle famiglie" . L'intero sistema comunitario crollò pertanto a causa dell'instabilità economica e a causa delle discordie sorte tra "famiglie originarie" e "forestieri". I beni comuni vennero divisi, lo stesso avvenne per le vicinìe.
Il 6 termidoro dell'anno V repubblicano 1797 una legge della Repubblica Cisalpina pose fine ufficialmente a una parentesi millenaria di autonomia di cui in Europa si hanno pochissimi esempi.
La Valle di Scalve continuò la sua storia legata ancora saltuariamente ai periodi di intenso sfruttamento delle miniere. Ma nei periodi di magra gli Scalvini conobbero l'emigrazione. Con il dominio austriaco nel Lombardo-Veneto, la concorrenza del materiale ferroso proveniente da altre Regioni dell'Impero, diede il colpo definitivo all'economia scalvina. I suoi abitanti, da quegli anni fino ai nostri giorni, divennero una nuova miniera, questa volta di manodopera per la nascente industria della pianura e per l'emigrazione d'oltreoceano. Un risveglio effimero si ebbe nell'economia in concomitanza delle due guerre mondiali. Una buona parte del materiale continuò a essere lavorato direttamente in Val di Scalve, nei forni fusori che funzionavano come si è detto con il carbone vegetale prodotto in Valle. Anche il trasporto del materiale lavorate venne facilitato con l'apertura della via geograficamente più naturale, quella lungo il corso del fiume Dezzo. Ecco come la descrive il Pedrini nel manoscritto più volte citato: "Vi si penetra per due strade (...) la più recente, che da Valcamonica salendo il fiume Dezzo in dolce declivio mette alla prima terra di Valle denominata Dezzo dal fiume in cui sta a cavalcioni a 700 metri circa sul livello del mare. Questa fu costruita nel 1863 ed è conosciuta per una delle migliori opere stradali non pur d'Italia, ma d'Europa stessa. Essa da Angolo al Dezzo percorre 13 chilometri quasi sempre fra orrendi burroni e spesso scavata nella roccia viva che a perpendico e a strapiombo a grandi altezze sovrasta l'angustissimo letto del fiume. La strada s'aggira come in una immensa spaccatura e presenta punti sublimi di classica orridezza, sì che è da ogni forestiero costantemente ammirata, gareggiando e forse vincendo nel suo genere la stessa Via Mala dei Grigioni". Infatti viene dai Bergamaschi denominata con lo stesso appellativo di "via mala". Negli anni venti un'ennesima chiusura delle miniere spinse l'emigrazione oltre i limiti fisiologici. Nel 1921 si incominciò la ricerca di sbocchi alternativi. In quell'anno, la chiusura di alcune miniere fu compensata dall'incremento occupazionale, che veniva da una diga in costruzione nella Valle del Gleno. Nel 1937 le miniere furono riaperte: "Tutti dai 15-16 anni sono occupati (...)" e l'anno seguente "continuando i lavori della Manina, migliorate quindi le condizioni economiche, rimarrà memorabile in parrocchia per il numero eccezionale di matrimoni che non si riscontra nel passato e difficilmente si raggiungerà nell'avvenire". Nuove opere vengono messe in cantiere e conducono alla piena occupazione: sono i tempi delle grandi teleferiche che attraversano le montagne. I carbonai lavorano nei boschi a pieno ritmo a produrre carbone per i forni fusori.
Ancora una volta la crisi economica avvenne nel dopoguerra: la chiusura delle miniere di ferro diventò definitiva negli anni sessanta e settanta. Il pendolarismo verso l'industria delle Valli vicine e delle città mutò poi le stesse caratteristiche urbanistiche e sociali della Valle.
Spiriti folletti e uomini contrabbandieri
Un'interminabile lite tra la Valle di Scalve e il confinante comune di Borno sta a indicare come la questione dei confini e della cartografia abbia assunto anche in montagna importanza notevole fin dal 1091, quando la lite ebbe ufficialmente inizio. La lite, con scontri armati veri e propri, uccisioni e relative ritorsioni, durò fino al 1682. Per la sanatoria, la tradizione volse in leggenda pseudoreligiosa la vicenda. Era forse questo un tentativo di esorcizzare le drammatiche vicende che, a mano a mano che il tempo passava, sfumavano nella leggenda ed entravano a far parte di quel repertorio di "storie" che gli anziani raccontavano, colorandole e collegandole arbitrariamente tra loro. Ecco infatti come venne tramandata la vicenda risolutiva della secolare lite tra gli Scalvini e gli abitanti di Borno in Valcamonica.
"Erano tempi in cui quelli della Valle Camonica volevano i terreni più belli che erano invece della Valle di Scalve. Ci sono state delle liti e alcuni sono stati ammazzati. Allora i preti della Valle Camonica si sono incontrati con i preti della Valle di Scalve. Hanno allora preso una cavalla e sono partiti in processione col Santissimo: - Quando la cavalla si inginocchierà piegando le gambe e la testa, lì metteremo i confini. La cavalla fu fatta partire da Borno, La cavalla si inginocchiò proprio sullo spartiacque tra le due Valli e così finì la guerra. E fino a qualche anno fa, quando noi eravamo ragazzi, a passare il confine si aveva paura dei malandrini che uccidevano la gente". Che la vicenda si fosse conclusa ben altrimenti poco importa e certamente i confini non venivano certo affidati, neppure in quei tempi, alla resistenza fisica di un animale. Ma la montagna veniva popolata di strani esseri, perlopiù cattivi, animali selvaggi e diavoli di ogni sorta, che chiudevano il cammino a coloro che osavano sfidare (per diletto soprattutto) le falde delle montagne.
"Le storie" che dovevano tener lontani i giovani dalla montagna, fonte di pericoli e di imprevisti, si raccontavano nelle stalle dove varie famiglie si davano convegno ogni sera per il rosario.
Anche i cunicoli delle miniere, del resto, una volta abbandonati, venivano popolati di strani esseri, secondo la fantasia valligiana: oltre ad animali feroci, ricorrevano personaggi biblici e soprattutto i morti.
E del resto anche tutto quello che risultava una novità coinvolgeva automaticamente il fattore fiabesco e anche quello religioso. Nel 1910 arrivò in Valle di Scalve la prima "macchina" non trainata da cavalli. Saliva a passo d'uomo arrancando per la Via Mala. Da Azzone furono i primi ad avvistare il mostro. "Tutti correvano a vedere e gridavano: - Arriva una cosa che fa fumo e fa rumore. - Suonarono la campana e il prete col Santissimo si presentò a maledire o benedire che fosse l'auto che arrivava. Pensavano fosse il diavolo che poteva camminare senza cavalli".
Chi, apparentemente almeno, non aveva paura di queste storie di spiriti e di morti, erano i cacciatori, i pastori e i contadini che si spingevano fin sotto le rocce delle montagne a tagliare il "fieno magro" che era di libero accesso a tutti, e poi i carbonai e i contrabbandieri, oltre alle prime guide alpine reclutate sul posto dagli alpinisti di città.
I contrabbandieri passavano i valichi alpini almeno una volta la settimana, in perenne competizione con le guardie di finanza appostate nei punti strategici. Proprio a causa di questi appostamenti a volte gli "spalloni" erano costretti a mollare il loro carico perdendo cifre ingenti.
Il collegamento con la Valtellina avveniva attraverso i passi del Venerocolo (m. 2314) e del Belviso (m. 2518). Con camminate di cinque o sei ore, si scendeva a Tresenda, in Valtellina, dove si acquistava la "roba" dai contrabbandieri del posto.
La Valle di Scalve consumava ben poco delle merci che attraversavano le montagne: caffè, tabacco, saccarina. La maggior parte della "roba" proseguiva poi per la Valle Seriana o per la Valcamonica.
Alpinisti e camminatori per necessità, i contrabbandieri non si sentivano affatto fuorilegge. "Di fronte alla necessità non è reato neanche rubare un pane: prima di morire di fame, è una cosa quasi giusta. C'era un prete qua, un certo don Paolo che sosteneva la stessa cosa. Se lei ha due galline e io neanche una e sto morendo di fame, se le rubo una gallina, facciamo una gallina a testa: non è che si rubava per andare a sprecare o a divertirsi".
"Non ci sentivamo dei fuorilegge, anzi quasi dei patrioti: non avevamo da mangiare.
Se non volevano che facessimo i contrabbandieri dovevano darci un lavoro. Anche le guardie, comunque, non ci sparavano quasi mai addosso, anche quando ci scoprivano: bastava che abbandonassimo il carico. La gente del paese poi quando occorreva, ci proteggeva".
"Mentre lavoravo alla costruzione della diga sopra Tresenda, di là dal passo del Belviso, in Valtellina, ho scoperto che c'era il modo di guadagnare qualcosa facendo lo spallone. Lavoravo durante la settimana e il sabato, tornando a casa, portavo le sigarette. Di solito portavo in spalla un carico di 3035 chilogrammi di roba. Avevo una paura tremenda. La strada che facevo più spesso era quella del Belviso, sotto il monte Gleno, percorrendo poi la vallata dove è stata costruita la diga. Tuttavia, quando volevo essere più sicuro facevo la strada del Pizzo Tornello (m. 2687). Alle volte si guadagnava di1 più con uno di questi viaggi che con un mese intero di lavoro".
I contrabbandieri erano moltissimi in Valle, fin dagli ultimi anni del secolo scorso, avevano naturalmente una conoscenza perfetta dei luoghi che passavano periodicamente, conoscevano nascondigli e rifugi di ogni tipo. C'era addirittura un'osteria, poco sotto il passo del Belviso, che serviva da tappa per cacciatori, pastori e contrabbandieri. Alcuni di costoro furono poi tra le prime guide alpine della zona. Non solo il contrabbando favoriva la conoscenza della montagna, Cacciatori di camosci e di lepri percorrevano ogni passo, abbandonando sentieri e appostandosi nei luoghi più impensati, rincorrendo la selvaggina fin sulle cime delle montagne. Coloro che, provenendo dalla città con intenti specificamente alpinistici, percorrevano le montagne per conquistarne le vette hanno spesso trovato i segni dei cacciatori, che avevano seguito i camosci e con essi avevano superato i punti difficili. Tracce di sangue di camoscio vennero rinvenute su una delle cime della Presolana nel 1876: "Le punte della Presolana, salvo sicuramente quella della Occidentale salita da Antonio Curò nel 1870, potrebbero essere state salite precedentemente dai cacciatori di camosci, quegli arditi montanari che, come salirono sulla Presolana di Castione sulla quale Curò e Frizzoni videro l'ometto, potevano, e forse con minori difficoltà, salire sulla Centrale e sulla Orientale..."
La prima fase dell'alpinismo, quindi, è strettamente legata alla "necessità", prima che alle aspirazioni e esplorativo-romantico ecologiche". Infatti, anche la caccia non rivestiva affatto una natura sportiva: i camosci venivano uccisi spesso su commissione di signori di città o venivano venduti anche solo per pagare l'affitto dei prati. "Mio padre, una volta, ebbe una specie di contratto con una famiglia di Lovere: ogni lepre che uccideva gli fruttava 30 lire. Allora non c'erano armi come oggi e non c'erano binocoli all'altezza della situazione: bisognava strisciare per ore e ore per arrivare a una certa distanza dalla selvaggina".
Inoltre, l'esigenza di sfruttare i pascoli alti spingeva gli allevatori a tracciare sentieri fin sotto le rocce. Le montagne venivano quindi sfiorate anche da questi solitari arrampicatori (loro malgrado), che non avevano altro scopo se non quello di ricavarne il proprio sostentamento.
Specialmente in coincidenza con la chiusura delle miniere, si tentava di rubare preziosi spazi ai boschi. I boschi, del resto, perdevano parte della loro importanza per la chiusura dei forni fusori. Naturalmente si tentava di sfruttare i territori che potevano essere considerati di tutti, i magri pascoli di alta quota. "Una volta c'era una moltitudine di pecore, capre, cavalli e muli. Questi ultimi servivano soprattutto per il trasporto del materiale delle miniere. Durante la prima guerra mondiale, nella sola zona di Schilpario, esistevano circa cinquecento capre. Due caprai, passando attraverso il paese chiamavano suonando il corno. Al ritorno dal pascolo, i proprietari dei vari capi si riprendevano le loro bestie. Ogni famiglia aveva pecore e ogni paese aveva un pastore al quale affidare gli animali. Anche le vacche, a quel tempo, erano molto più numerose. Tutti lavoravano nelle miniere o nei forni fusori, ma si dedicavano anche all'allevamento. Lo sfruttamento dei pascoli e dei boschi era regolato da un complicato meccanismo di norme, i cosiddetti "usi civici". La loro applicazione, in pratica, doveva agevolare i cittadini meno abbienti".
Un altro tipo di sfruttamento della montagna, legato all'industria estrattiva, era quello dei carbonai. In autunno, quando le miniere funzionavano a pieno ritmo, si potevano notare anche cinquanta colonne di fumo che si elevavano dai boschi. Lì, si preparava il carbone che sarebbe servito per alimentare i forni fusori. Gli addetti vivevano nei boschi, in baracche costruite con la scorza d'albero. Si trattava di ripari provvisori, che pur nella loro povertà apparivano indispensabili. Essi, infatti consentivano ai carbonai di lavorare fino all'inizio dell'inverno e di riprendere poi in primavera.