La via Mala
La via Mala diventa un museo
Il nome – via Mala – dice già molto. E ripercorrendo questo antico tracciato (esisteva già nell’Alto Medioevo e venne rifatto tra il 1473 e il 1827) che collega la valle di Scalve alla Valcamonica, lungo la valle del Dezzo, la conferma arriva puntuale: i vertiginosi precipizi che terrorizzavano i viaggiatori del passato lasciano tuttora senza fiato, e anche se le auto utilizzano una nuova strada, quasi interamente in galleria, il vecchio itinerario può essere tranquillamente ripercorso. Si può, volendo, affrontare anche dal basso e cioè lungo il sentiero sul fondo della gola che si raggiungono discendendo una scalinata di 275 gradini. Qui i precipizi si trasformano in pareti alte fino a 500 metri. E lo spettacolo è ugualmente suggestivo. Talmente suggestivo che un gruppo di giovani architetti (Alessandro Beber, Giancarlo Beltracchi, Fabio Bonetti e Carlo Piccinelli) ha pensato di mettere a punto un progetto per valorizzarlo. Con un ponte osservatorio sulla stessa gola che ne è diventato il simbolo. Ma il programma non riguarda solo i tratti panoramici del tracciato: l’obiettivo è promuovere l’intero «sistema» Via Mala – con tutti i suoi itinerari (in tutto una trentina) - per farne un museo all’aperto.
Un museo per la Via Mala
Intagliati nella roccia a picco, i tratti più difficili e spettacolari dell’antica arteria che collega Dezzo con Boario sono stati abbandonati. Ma ora è nato un progetto per conservarne e per valorizzarne il patrimonio storico e ambientale

C’è una fotografia che più di ogni altro documento pone in evidenza la singolarità della Via Mala, lungo la valle del Dezzo, che collega la valle di Scalve e la valle Camonica. E’ stata scattata settanta o ottant’anni fa e si vede un rudimentale autobus (corriera, si diceva allora) che percorre la strada in un incredibile scenario di ghiaccio. Tra le arterie panoramiche delle Alpi la Via Mala bergamasca detiene infatti un primato di spettacolarità che la colloca quasi alla pari con un’altra Via Mala molto più celebre. Si tratta della strada che collega Zillis, nel cantone svizzero dei Grigioni, capoluogo della valle dello Schons, e la cittadina di Thusis. Arteria antichissima, esisteva già nell’Alto Medioevo e venne rifatta nel 1473 e nel 1827. I viaggiatori del passato quando dovevano affrontare i suoi vertiginosi passaggi erano terrorizzati, anche perché non si contavano le vittime a causa della caduta di massi e di valanghe. Venne chiamata Via Mala per questa triste fama e per ilo timore che suscitavano le vertiginose pareti, alte fino a 500 metri, nelle quali la strada era incassata. Tre altissimi ponti scavalcavano l’abisso, il fondo al quale scende tumultuoso il fiume Reno. Una nuova strada, quasi interamente in galleria, percorre adesso quasi tutta la gola, consentendo il viaggio in tutta sicurezza. Ma è ancora possibile seguire l’antico tracciato, discendendo anche la scalinata di 275 gradini che porta ad un sentiero sul fondo della gola che costeggia il corso del fiume

La costruzione della Via Mala bergamasca (strada statale 294), che unisce i paesi di Dezzo e di Angolo, è molto più recente, anche se le forre del Dezzo erano frequentate fin dalla preistoria, come testimoniano gli antichissimi percorsi individuati nel corso degli accurati sopralluoghi compiuti da un gruppo di giovani architetti (Alessandro Beber, Giancarlo Beltracchi, Fabio Bonetti e Carlo Piccinelli) nel mettere a punto un progetto di valorizzazione della Via Mala. Questo sentiero aveva la funzione di collegare trasversalmente i due versanti della valle; ma anche i romani hanno lasciato tracce della loro presenza in valle di Scalve con il sentiero (noto come sentiero «Lungo»), con il quale il materiale ferroso delle miniere di Schilpario veniva trasportato a Borno, in valle Camonica. Le pareti a precipizio e l’impeto del fiume che scende rombando sul fondo non dovevano intimorire più di tanto i montanari che si avventuravano lungo l’angusto sentiero, non più largo di 80 centimetri in alcuni tratti scavati nella roccia, che va dalla località Castello, in valle di Scalve, ad Angolo Terme. In totale sono una trentina i gli itinerari, tra cui molti sentieri, indivuditi nella valle di Scalve individuati dal gruppo di architetti, grazie alla preziosa collaborazione di Manfredo Bendotti, di Colere, che li ha percorsi tutti. Un numero rilevante che pone in evidenza come la questione dei collegamenti con l’esterno sia stata cruciale per gli abitanti della valle, per i quali uscire dall’isolamento non era una semplice questione di comodità, ma di sopravvivenza.

Ci si può immaginare quali problemi
dovessero assillare la popolazione della valle di Scalve soprattutto
d’inverno, quando neve e ghiaccio impedivano il transito per antiche
mulattiere e colli. L’unico percorso, esposto d’inverno al pericolo di
valanghe e comunque molto impervio e difficile, era quello che
collegava Clusone con Dezzo attraverso il passo della Presolana. E si
deve a questo precario collegamento il fatto che la valle di Scalve sia
rimasta bergamasca quando, nel 1859, la valle Camonica passò dalla
Provincia di Bergamo a quella di Brescia. Non si poteva certo
considerare strada la mulattiera che, partendo da Dezzo, si inoltrava
tra le gole del Dezzo fino ad Angolo, dove si biforcava: un tronco
proseguiva in direzione di Boario, l’altro invece raggiungeva Rogno
passando per il lago Moro e Bessino. Ogni giorno carovane di muli, per
complessivi cento animali e una cinquantina di valligiani, percorrevano
questo difficilissimo itinerario per trasportare fino a Rogno il
minerale scavato nelle miniere della Manina e lavorato nei forni a
Dezzo.
Il primo progetto di un collegamento tra la valle di Scalve e Angolo
risale al 1838 e venne messo a punto dall’ingegnere Dolci, di Almenno.
Ma non se ne fece niente. Andò meglio per il progetto affidato nel 1857
all’ingegnere Fiorini di Darfo, per il quale si trovarono d’accordo
alcuni comuni della zona, soprattutto quelli scalvini. Ma non fu una
decisione facile, per la quale si dovettero superare campanilismi e
diffidenze reciproche. A un sacerdote scalvino, don Pietro Bofelli, va
il merito di aver premuto per il progetto e di aver sollecitato
l’opera; a capo di una delegazione di valligiani andò a Torino, allora
capitale d’Italia, ottenendo un sussidio governativo per il cantiere. I
lavori iniziarono nel 1862 e tre anni più tardi la strada era già
transitabile. La descrizione, pur enfatica, fatta da un cronista sul
giornale “La Valle di Scalve” dell’aprile 1922, offre una immagine di
forte suggestione dei tredici chilometri scavati nella roccia a picco e
che contribuì alla leggenda della Via Mala bergamasca: “Alla strada
sovrastano d’ambo i lati le muraglie ciclopiche dele due catene che la
serrano e fra le cui sommità splende, come nastro frastagliato,
l’azzurro del cielo. Giù nel profondo, il fiume precipita a valle, con
salti pazzi ed ampi vortici ed impeti fosernati, e muggia, e romba, e
ribolle, poi sosta e riposa in specchi limpidi e tranquilli, per
riprendere tosto la formidabile corsa all’abisso… Uno spettacolo ancor
più strano e indimenticabile è quello che la Valle di Scalve offre nel
cuore dell’inverno, allorché il gelo intenso la ravvolge tutta in una
lucida decorazione di stalattiti e stalagmiti di ghiaccio. La strada
passa allora sotto immense gallerie diacciate, le acque sembrano fatte
immobili di un tratto, cristallizzato dal tocco magico di una bacchetta
di fata…”.

La situazione precipitò nell’inverno nel 1960 quando, con le miniere di Schilpario già in difficoltà, la Via Mala restò chiusa impedendo il trasporto del minerale e pregiudicando la debole economia montana. Vennero costruite le prime gallerie paravalanghe e non vi furono più interruzioni. Altre gallerie furono scavate per rendere più sicura e percorribile la strada fin quando buona parte dell’antico tracciato andò in disuso e delle meraviglie della Via Mala, non più visibili per chi passa in auto nei tunnel, non se ne parlò più. Fino a poco tempo fa quando, di fronte al degrado e alla dispersione di un patrimonio storico e ambientale di notevole valore, sono scesi in campo i quattro architetti (tre dei quali - Beber, Beltracchi e Piccinelli - fanno capo allo studio Thai di Pisogne) con lo studio-progetto che ha fatto da base al convegno che si è svolto nel gennaio del 2002 su iniziativa della Comunità montana di Scalve e del Comune di Angolo Terme. Il tema è stato il recupero e la valorizzazione non solo dei tratti panoramici della strada, ma di tutto il “sistema” Via Mala, per farne come un grandioso museo all’aperto. Province e Comuni hanno risposto all’appello, anche la Regione Lombardia ha incominciato a guardare con interesse la proposta. Siamo più o meno nelle stesse condizioni in cui, un secolo e mezzo fa, veniva sollecitata la costruzione della strada. Il punto di partenza e di arrivo sono quasi identici: dare slancio all’economia montana con un’opera difficile e costosa, ma per la quale gli esiti spettacolari sono garantiti.
Pino Capellini