Leggende e curiosità
Tratti da Fölecc, diaoi e madöne (Maurilio Grassi)
Il nome Valle di Scalve
Dopo la conquista della rocca di Cala, monte alle spalle di Lovere, dominio di un potente Longobardo, Carlo Magno inseguì Cornelio Alano che, con le sue genti si era rifugiato nell'allora Valle Decia.Raggiuntolo sulle pendici della Corna di Polzone, gli diede battaglia, vincendolo.Da quell'epoca la montagna sulla quale si svolse la sanguinosa battaglia, si chiamò Presolana, vale a dire Preso-Alano.Nei prati del Polzone erano rimasti disseminati innumerevoli cadaveri, privi di sepoltura tant'é che, fra i sassi, biancheggiavano molti teschi umani.Da questa macabra particolarità, la Valle, venne denominata Calve da calvae o calvariae ossia cranio, teschio.Il nome venne, poi, trasformato nel volgare Scalve.
Il masso di Serta
Nei prati adiacenti la frazione di Serta, a Schilpario, c’è un grosso masso di conglomerato.
Questo enorme macigno si è staccato, presumibilmente, dalla sommità dei Piani Ballerini ed è rotolato lungo il pendio.
Una antica e dimenticata leggenda, racconta che sotto quell’enorme frana c’è un castello.
Nel piccolo borgo di Serta, frazione di Schilpario, abitava un signorotto che, approfittando della sua posizione, taglieggiava gli abitanti della zona.
Un bel giorno, stanchi delle angherie del tipaccio ed impotenti di combatterlo con le armi, i contadini del luogo si appellarono alle forze della natura per avere giustizia.
Le loro preghiere furono raccolte dai folletti, che abitavano i boschi sopra l’abitato di Serta, e , una notte di temporale fecero cadere una grossa frana.
Il rumore dei tuoni coprì il fragore dei massi che rotolavano delle pendici del monte per cui il signorotto non si accorse di quello che stava accadendo.
La mattina seguente gli uomini che si recarono al lavoro, videro che la casa del ricco possidente, non c’era più. Al suo posto c’erano un cumulo di sassi, sotto il più grosso dei quali era, ed è tutt’ora, sepolto il castello del cattivo signore di Serta.
La Corna Busa
Intorno al 1630 per tutta la Val di Scalve infuriava la peste. Questo terribile morbo unito alla grande carestia del tempo, stava decimando la popolazione della vallata. I numerosi malati, girovagando senza meta fra i vari paesi, rischiavano di contagiare anche le poche persone rimaste indenni dal morbo. Uomini e donne cercavano, per sfuggire al contagio, rifugio nei boschi o sulle montagne, ma il clima rigido della zona ebbe presto ragione dei quei poveretti debilitati dalla fame. Un boscaiolo di Schilpario che aveva, oltre alla moglie, anche due bei figlioli, un maschio ed una femmina, era particolarmente preoccupato da quella situazione insostenibile. Aveva visto parenti ed amici morire perchè contagiati dalla peste e temeva per la sorte dei suoi figlioli. Fino ad allora era riuscito a preservarli dal contagio perchè li teneva rinchiusi nelle cantine della loro casa, ma la lunga permanenza in ambienti umidi e bui nuoceva alla giovane struttura fisica dei ragazzi. I giovani, lo sapeva bene anche lui, hanno bisogno di aria pulita, di sole e di spazi aperti dove correre e muoversi per rinforzare le membra. Vedeva, infatti, giorno dopo giorno i suoi figlioli divenire sempre più pallidi, malaticci e soffriva di questo stato di cose. Una sera, mentre discuteva sul da farsi con la moglie, si avvicinò alla finestra e, guardando in direzione del Pizzo Camino, si ricordò di una grotta che aveva visto da ragazzo. Prese la decisione e il giorno dopo, all'alba, senza farsi vedere da nessuno in paese, partì alla volta del monte, chiudendoo a chiave, per precauzione, la porta di casa con dentro i suoi cari. Salì lungo la valle che si diparte, nascosta dalla folta vegetazione, sopra la contrada della Volta. Passato il primo alpeggio, salì al secondo ma non volle fermarsi a guardare le baite perchè sapeva che i proprietari erano morti di peste e temeva che toccando i muri o gli oggetti presenti all'interno potesse contrarre anche lui la malattia. Salì dunque più in alto fino al passo che mette in comunicazione con il comune di Azzone. Nessuno, per quanto gli consentisse la vista di spaziare, si vedeva nella zona. Era già da tempo che pastori e cacciatori, colpiti dalla peste, non salivano più sulla montagna. Questo lo rincuorò e si persuase che la sua decisione era quella giusta. Giunse in breve a ridosso dell'anfratto che avave visto da ragazzo e che lo aveva stupito per la sua forma curiosa; un enorme roccione posto a cavallo della linea spartiacque tra il comune di Schilpario e quello di Azzone, in posizione dominante sull'intera vallata. Caratteristica di questa roccia è l'enorme foro che la passa, da parte a parte, formando una specie di grotta con due uscite. All'interno della roccia, poi, c'era anche un piccolo pertugio, rialzato da terra e raggiungibile con una piccola scala. La posizione dominante, inoltre, permetteva di controllare la zona e avvisare per tempo eventuali intrusi. Contento che la sua esplorazione aveva dato buoni risultati, scese di corsa al paese ad informare la moglie e i figli. Alla sera, dopo la frugale cena, radunarono velocemente le poche cose utili alla permanenza in montagna e quindi si apprestarono a trascorrere la notte, che passarono senza dormire per l'agitazione. Prima del sorgere del sole, per non essere scorti da nessuno, si misero in cammino ripercorrendo la valle che avevano salito il giorno prima. Con loro avevano portato anche alcune galline e conigli e le poche capre che possedevano. Verso mezzogiorno erano giunti alla meta ed il boscaiolo vide con piacere che il posto piaceva sia ai figli che alla moglie. Senza por tempo in mezzo iniziarono i lavori per rendere più accogliente il riparo. Mentre la moglie e i figli tagliavano l'erba per fare i giacigli, l'uomo iniziò a lavorare per allargare il buco al'interno della grotta per ricavare una sorta di stanza. Nei giorni successivi i lavori proseguirono e vennero eretti anche i ripari per gli animali domestici. Incominciarono così, il boscaiolo e la sua famiglia, una nuova vita, scandita giorno dopo giorno dal continuo rintoccare delle campane dei paesi sottostanti. Non era uno scampanìo leggiadro e felice, ma erano i rintocchi che segnavano le numerose morti. Alla sera, riuniti sulla sommità del colle a guardare il paese sempre più deserto, alle domande dei figli che temevano che qualcuno salisse fino a loro lungo la valle, egli rispondeva: "Hai voglia." Non si sa se la famiglia scampò alla peste, ma ancora oggi la valle sottostante la Corna Busa si chiama Val di Voglia, mentre all'interno del grande roccione cavo, c'è un antro che servì da rifugio al boscaiolo.
Come venne popolata la Valle di Scalve
Terminata la creazione dell’universo, Dio, scese sulla terra ed iniziò a popolare le varie vallate stabilendo di volta in volta quali popolazioni erano più idonee alla zona. Giunto al passo dei Campelli i suoi Cherubini, che lo seguivano aiutandolo, gli domandarono, guardando la valle impervia che si apriva sotto di loro: “Ma, Dio, che razza di uomini vuoi mettere qui che ci sono solo sassi e desolazione?” Dio restò un attimo a pensare e poi disse: “Metterò una razza tanto tenace e caparbia che, grazie alla sua intelligenza, riuscirà a convivere e a trarre benefici anche dai sassi”! Nacquero così gli Scalvini, un popolo di minatori.
La leggenda del Venerocolo
Un cacciatore di camosci stava seguendo orme che assicuravano la presenza di un branco.
Era già parecchi giorni che rincorreva gli imprendibili animali, attratto dal desiderio della preda. Già l’autunno era molto avanzato, cadevano gocce di pioggia miste a neve. I pastori erano scesi da tempo a Valle, il silenzio era l’unica compagnia del cacciatore.
La prudenza avrebbe consigliato un rapido ritorno, ma il miraggio di una preda era più forte. Una mattina, aprendo l’uscio della baita in cui passava le notti, l’uomo notò una strana resistenza.
Solo spingendo con forza e non senza fatica egli riuscì a spalancare l’uscio. Fuori era tutto bianco, la neve caduta durante la notte, l’aveva imprigionato sulla montagna.
Il cacciatore poteva solo sperare in un aiuto dal paese: da solo non sarebbe riuscito ad attraversare il mare bianco che lo divideva dalla sua gente.
Aveva, comunque, parecchie provviste con se, e una grande forza d’animo lo sorreggeva.
Rientrò nella capanna e accese il fuoco. Il giorno passò lentamente.
Guardando attraverso lo spiraglio della porta, l’uomo, vedeva i camosci che erano stati spinti dalla neve molto più in basso.
Le ombre della sera calarono rapidamente.
Riattizzato il fuoco il cacciatore si stese sul giaciglio e si apprestò a dormire. Durante la notte arse di febbre.
Era malato, febbricitante e solo sulla montagna. La paura si stava impadronendo di lui, recitò preghiere che da tempo non diceva.
Erano orazioni che gli ricordavano il paese, la madre, la chiesa: cose lontane, forse svanite per sempre.
Ogni tanto delirava e poi si assopiva. In un momento di lucidità vide che l’uscio si schiudeva lentamente, senza rumore.
Con gli occhi sbarrati, l’uomo, vide entrare una fanciulla. Ella si avvicinò al suo giaciglio e passandogli la mano sulla fronte disse: < sono la Figlia del Vento e sono venuta a curarti >.
L’uomo a quel contatto caldo e rassicurante si addormentò.
Dopo pochi giorni il cacciatore era guarito. Passò anche l’inverno, la figlia del vento continuava ad aiutarlo. Tornò la primavera e con il risveglio della natura la fanciulla disse: < E’ ora che tyu torni al paese io devo andarmene >.
Il cacciatore, seduto su una roccia dominante la vallata, pensò a lungo. Guardava la valle e ascoltava il brusio che da essa saliva.
Pensava alla grettezza degli uomini che l’avevano abbandonato, solo e ammalato, sulla montagna.
Guardava le cime dei monti, ai germogli che cominciavano a sbocciare, alle erbe che con le loro essenze l’avevano guarito.
Osservava i camosci pensando che si avvicinava l’ora dei parti, grazie alle loro carni aveva potuto sfamarsi.
Ascoltava il sussurro del ruscello dalle cui acque aveva bevuto, pensò al potere vivificante che da esso derivava.
La leggera brezza montana scompigliava i suoi capelli infondendo nell’immenso spazio azzurro, una dolce melodia suonata fra gli steli degli arbusti.
Ad un tratto si voltò a guardar la fanciulla e disse: < al paese non ho nessuno, sono solo nella moltitudine, voglio restare con te, fra questi monti immerso nella natura amica >.
La figli del vento lo guardò con dolcezza, gli passò la mano sulla guancia e gli disse: < voi uomini non potete vivere sulla montagna. Voglio comunque accontentarti: tu resterai sempre qua nella radura più bella del monte e io ti canterò la mia canzone eterna >.
In una bella spianata accanto al ruscello ci sono due massi adagiati su cui sono incisi simboli enigmatici. Dicono sia la dimora perenne del cacciatore e della Figlia del Vento.
Le Quattro Matte
Abitavano, un tempo, a Colere, paese posto sotto le pendici della Presolana, quattro giovani sorelle, belle e vanitose che si chiamavano: Erica, Gardenia, Genzianella e Rosina e più di un giovane nella vallata se n’era innamorato, fino a compiere le più strane pazzie per conquistarle, ma senza alcun risultato.
Gli anni passavano, però, anche per loro e, prima che la bellezza e la leggiadria dei loro volti appassisse, decisero di fidanzarsi. Scelsero quattro avvenenti pastori del posto, fratelli anche loro.
Si era ormai vicini alle nozze e, l’argomento era all’ordine del giorno nell’intera Valle, quando in un fresco mattino di primavera accadde l’imprevisto. Recatesi a far legna nell’abetaia che si arrampica fino ai piedi della cupa parete est della Presolana, Erica, Gardenia, Genzianella e Rosina incontrarono un gruppo di gnomi.
Erano, questi abitatori del bosco, degli esseri strani, di piccola statura e di aspetto alquanto buffo e ridicolo. Gli abitanti della Val di Scalve evitavano questi esseri e rabbrividivano solo a nominarli.
Ad essi attribuivano il potere di rivestire di bianco la montagna, di scatenare le bufere più violente, di scatenare frane e valanghe. In poche parole a loro erano attribuiti tutti gli eventi tragici che avvenivano nei boschi e sulle rupi della montagna.
Le quattro sorelle ne avevano sentito parlare, ma per il loro carattere strafottente presero alla leggera l’incontro fissato con gli spiritelli.
Esse, divertite, invitarono gli gnomi a consumare la colazione in loro compagnia.
Continuarono, poi, la giornata con balli sempre con la strana compagnia dei folletti. I nani, invaghitisi delle ragazze, si fecero promettere che ogni sabato, al calar del sole, sarebbero tornate all’abetaia con loro.
Era un pegno d’amore che le fanciulle, scherzosamente, sottoscrissero.
Ogni sabato sera, le quattro sorelle, tornarono all’abetaia per incontrare i folletti, credendo di poter impunemente beffare gli abitatori della montagna.
Ma un giorno uno gnomo, vagando nel bosco vicino al paese, vide due boscaioli che discutevano. Incuriosito s’avvicinò per ascoltare i loro discorsi. Apprese così che le quattro sorelle si vantavano di aver gabbato i temibili folletti del bosco e che andavano in spose ai quattro fratelli pastori.
Il folletto, adirato, corse ad avvisare il loro capo il quale indisse immediatamente un’assemblea dei suoi sudditi. Nella notte cupa, gravida di cattivi presagi, mai si videro sulla Presolana così tanti gnomi. Essi erano giunti da ogni dove ad emettere la sentenza contro le figlie degli uomini, ree di tradimento. L’indomani, l’ultimo sabato in cui le fanciulle sarebbero salite ad incontrare i nani, esse, non sarebbero più ritornare alle loro case.
Questa fu la sentenza del gran Consiglio dei folletti. Alle parole di vendetta, pronunciate dal re degli gnomi, anche le piante rabbrividirono e gli animali scapparono nel folto della boscaglia a cercare riparo.
Venne l’alba, il sole risorto inondò la vallata, riscaldandola. Quando già si preparava per morire nuovamente dietro la Presolana, Erica, Gardenia, Genzianella e Rosina salirono, ridendo, all’abetaia per dare l’addio ai loro piccoli amanti. I folletti stavano ad aspettare, bianchi in volto, con sguardo cupo e minaccioso e, quando le videro apparire, le invitarono con semplici lusinghe a seguirli. Ovunque, lungo il loro cammino, era silenzio, mistico, irreale.
Le ragazze seguivano i piccoli nanetti come automi, attratte da una forza misteriosa. Salirono per scoscesi pendii, superarono anfratti e cenge e man mano ai primi si unirono altri folletti. Mentre salivano, gli gnomi, cantavano una nenia, strana, ammaliante e le membra delle fanciulle diventavano sempre più rigide e fredde. Quando i folletti furono giunti sulla sella a picco su Colere, pronunciarono alcune parole magiche, quindi si allontanarono intonando un’altra nenia, lugubre e triste.
Le quattro sorelle, impazzite di terrore, restarono immobili, l’una accanto all’altra a guardare l’abisso sottostante. Un lampo accecante illuminò le rocce e la vallata immersa nel sonno e la terribile vendetta dei folletti si compì: le ragazze si erano trasformate in pietra.
All’alba un pastorello uscito dal suo riparo per portare le pecore al pascolo, udì un flebile lamento salire verso il cielo azzurro. Egli vide le quattro figure e corse al paese a chiamare aiuto.
Ma ormai gli uomini accorsi sul posto, non poterono fare più niente per le quattro disgraziate: esse erano divenute parte della montagna stessa e per sempre sarebbero rimaste nel regno dei folletti.
Ancora oggi a picco sul paese di Colere si ergono quattro pinnacoli incastonati tra due poderose cime.
Chi, nelle fresche mattinate domenicali sale sulle creste della Presolana ode ancora il lamento delle sorelle: le Quattro Matte.